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- (Sri Lanka) COLOMBO REAGISCE A PREVISTA CONDANNA ONU SU DIRITTI.
Cresce la frustrazione ma anche la reazione del governo dello Sri Lanka verso la prevista risoluzione di condanna da parte del Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani (Unhrc) prevista a marzo.
Per il paese, sarebbe la terza in altrettanti anni, provocata dal mancato rispetto dei diritti umani e dal costante rifiuto di indagare sui crimini di guerra commessi durante le ultime fasi del lungo conflitto contro i ribelli tamil che si è concluso con la loro sconfitta nel maggio 2009. Sotto accusa anche la lentezza del processo di riconciliazione e di decentralizzazione dei poteri a favore delle minoranze e dei gruppi meno favoriti.
Ieri il portavoce governativo e ministro dell’Informazione Keheliya Rambukwella ha definito “senza sostanza” l’azione della comunità internazionale vero il suo paese. Rambukwella ha rimarcato l’impegno per la riconciliazione del governo dello Sri Lanka e respinto le critiche internazionali sulla lentezza delle indagini per fare luce sulla morte di migliaia di civili intrappolati nelle aree di conflitto nel 2009.
“L’avvicinarsi della risoluzione Onu preoccupa fortemente il governo. Siamo coscienti dell’importanza della riconciliazione per la popolazione e finora abbiamo lavorato intensamente. Tuttavia riteniamo che la comunità internazionale continui a cambiare idea sugli obiettivi che dovremmo raggiungere”, ha sottolineato Rambukwella, che ha anche suggerito l’ipotesi di un piano che mirerebbe al controllo del suo paese da parte di alcune potenze.
L’iniziativa di chiedere la risoluzione è partita dagli Stati Uniti, che stanno cercando il più ampio sostegno alla richiesta. Contrariamente al 2012 e al 2013, in quest’occasione Colombo ha deciso di avere un ruolo più attivo, chiedendo l’appoggio di paesi africani, mediorientali e dell’Estremo Oriente (Cina in particolare). Lo stesso ministro degli Esteri, G.L. Peiris, difenderà a Ginevra le tesi del suo governo.
- (Sud Sudan) APPELLO DA MALAKAL: ANZITUTTO GARANTIRE LA TREGUA.
È fondamentale un sistema di monitoraggio del cessate-il-fuoco efficace, in grado di scongiurare le violazioni delle ultime settimane: lo dice alla MISNA monsignor Roko Taban, amministratore apostolico della diocesi di Malakal, la più colpita dal conflitto cominciato in Sud Sudan a dicembre.
“La visita nella capitale Juba e nelle città di Bentiu, Malakal e Bor della delegazione di osservatori dei paesi africani impegnati nella mediazione – sottolinea monsignor Taban – deve preludere a una presenza strategica sul territorio”. Guidati dal generale etiopico Gebreeg Zabher Mebrahtu, gli osservatori dell’Autorità intergovernativa per lo sviluppo (Igad) hanno concluso la loro prima missione questa settimana. Ora si trovano ad Addis Abeba, dove mercoledì sono ripresi i colloqui di pace tra i rappresentanti del governo sud-sudanese e i ribelli legati all’ex vice-presidente Riek Machar.
Nella capitale etiopica ieri sono arrivati sette dirigenti del partito al potere a Juba rilasciati dal presidente Salva Kiir nonostante le accuse di aver partecipato a un tentativo di golpe addotto come causa scatenante del conflitto. I sette si sono costituiti come “terza parte” nel negoziato, affermando di condividere le richieste politiche dei ribelli ma di non avere sul terreno alcuna forza militare che partecipi al conflitto.
Altro tema al centro dei colloqui è la presenza in Sud Sudan di un contingente militare dell’Uganda, già decisivo per la riconquista di città strategiche da parte delle forze governative. Dopo le richieste di ritiro formulate sia dall’Etiopia che dagli Stati Uniti, un portavoce dell’esercito di Kampala si è limitato a ipotizzare “un processo per fasi”.
Secondo l’Ufficio dell’Onu per l’assistenza umanitaria (Ocha), in Sud Sudan i combattimenti hanno causato un numero elevato di vittime e costretto finora a lasciare le loro case oltre 800.000 persone.
- (Mali) CASO DEI “BERETTI ROSSI”, INCRIMINATO CAPO DI STATO MAGGIORE.
E’ stato incriminato per non meglio precisati “fatti gravi” il generale Yamoussa Camara, attuale capo di stato maggiore del presidente Ibrahim Boubacar Keita, già ministro della Difesa durante la transizione e tra gli autori del golpe del 2012. Il giudice Yaya Karembé lo ha sottoposto ad un interrogatorio ieri mattina nell’ambito del caso dei “berretti rossi”, i soldati rimasti fedeli all’ex presidente Amadou Toumani Touré (Att), misteriosamente scomparsi due mesi dopo il colpo di stato a firma del capitano Amamdou Haya Sanogo e dei suoi “berretti verdi”. Secondo fonti di stampa maliana il generale Camara, molto vicino a Sanogo, è accusato di “tentato omicidio” e di “aver diffuso false informazioni per insabbiare il caso dei berretti rossi”.
In quel periodo convulso gli uomini legati ad Att hanno tentato un contro-golpe, represso con l’uccisione di un numero imprecisato di soldati di questa unità mentre di altri 21, presentati dalla giunta al potere come “mercenari”, si erano perse le tracce. Due mesi fa, nell’ambito delle ricerche coordinate dal giudice Karembé, una fossa comune con 21 corpi è stata rinvenuta a Diago, nei pressi del campo militare di Kati, a 15 chilometri di distanza dalla capitale, base dell’ex giunta militare. Presumibilmente i corpi riesumati sarebbero quelli dei berretti rossi scomparsi.
L’arresto di Yamoussa segue di tre mesi l’incriminazione dell’ex capo della giunta militare, il controverso Sanogo, diventato generale la scorsa estate. Finora 15 persone tra soldati semplici e militari di alto rango sono già finite in manette, ma, secondo il sito d’informazione Malijet, “altre teste cadranno tra collaboratori e dirigenti del periodo di transizione”. In tempi brevi potrebbero finire nella rete della giustizia maliana personalità militari e politiche di primo piano. Il giudice Karembé ha già chiesto ad Abdoulaye Koumaré, ministro dei Trasporti, Ibrahim Dahirou Dembélé, ex capo di stato maggiore generale delle Forze armate e Sidi Alhassane Touré, ex direttore generale della Sicurezza di Stato, di mettersi a disposizione per un interrogatorio in data da destinarsi.
Il colpo di stato del 22 marzo 2012 ha fatto precipitare il Mali, paese globalmente stabile, nel caos oltre a dividere cittadini, esercito e classe politica tra pro e anti-golpisti. Ancora oggi Sanogo e i suoi “berretti verdi” godono di un certo sostegno di una parte della popolazione. Anche in conseguenza delle numerose accuse di ong locali ed internazionali nei confronti di Sanogo e di pressioni internazionali, il presidente Keita, eletto lo scorso agosto, si è impegnato a fare luce su questo periodo buio della storia recente.
- (Bolivia) PETROLIO, LA PAZ RILANCIA.
La società petrolifera di Stato della Bolivia investirà quest’anno più di tre miliardi di dollari nella prospezione e nella produzione di idrocarburi: lo ha riferito l’Abi, l’agenzia di stampa di La Paz.
L’annuncio ha seguito di alcuni mesi la diffusione di dati che confermano un aumento degli introiti per l’erario derivanti dalla nazionalizzazione del comparto energetico. Pochi giorni fa, d’altra parte, proprio questa politica è costata a La Paz una multa di oltre 40 milioni di dollari inflitta dalla Corte permanente di arbitraggio dell’Aja in relazione all’espropriazione di una società elettrica britannica.
Ad annunciare i nuovi progetti di Yacimientos Petrolíferos Fiscales Bolivianos (Ypfb) è stato il vice-presidente della società, Luis Alberto Sanchez. Secondo il dirigente, nel 2014 saranno investiti tre miliardi e 290 milioni di dollari, “una cifra senza precedenti nella storia del gruppo”.
Sanchez ha spiegato che l’espansione delle attività di Ypfb è stata resa possibile dalla nazionalizzazione avviata nel 2006. Secondo il dirigente, quell’anno il petrolio aveva garantito allo Stato entrate per 682 milioni di euro, mentre nel 2013 gli introiti sono stati superiori ai due miliardi e 310 milioni.
Dal 2005 la Bolivia è guidata da Evo Morales, ex sindacalista e dirigente del Movimiento al socialismo (Mas) passato alla storia come primo presidente indigeno del paese andino.
- (Coree) CONCLUSI COLLOQUI, VIA LIBERA A RICONGIUNZIONI FAMILIARI.
Il doppio incontro di oggi che seguiva quelli di giovedì di una tornata organizzata all’ultimo momento su iniziativa della Corea del Nord e senza nemmeno un programma definito ha portato alla conferma della prevista ricongiunzione a fine mese di famiglie divise dal conflitto coreano. Una decisione non scontata, data l’opposizione del Nord a un evento organizzato per il 20-25 di questo mese che inevitabilmente risentirà dell’avvio delle manovre militari congiunte sudcoreane-statunitensi il 24.
La conferma è arrivata alla fine di due brevi confronti odierni tra le delegazioni a Panmunjom, abituale centro degli incontri inter-coreani all’interno della zona di armistizio. La Corea del Sud ha ottenuto la riunione provvisoria di anziani parenti divisi dal conflitto nella sede del comprensorio turistico del Monte Kumgang, nel Nord, a ridosso del confine. Niente di fatto invece per la sospensione delle manovre militari, abituali in questo periodo dell’anno e che proseguiranno fino ad aprile. Pyongyang aveva chiesto che venissero sospese fino a dopo il 25 febbraio ma ha ottenuto una risposta negativa.
Positivi in sé i colloqui, quelli a più alto livello diplomatico dal 2007, che certamente inseriscono un elemento di distensione necessario in un periodo in cui le trattative tra le due Coree sono in stallo su tutti i fronti, come pure è bloccata – dalle provocazioni missilistiche e dagli esperimenti nucleari sotterranei del Nord – la ripresa del dialogo a Sei (Coree, Usa, Cina, Russia e Giappone) sul nucleare nordcoreano. Inoltre, rappresentano il primo concreto risultato della volontà di non rompere il tenue filo del negoziato espressa anche di recente dalla presidente sudcoreana Park Geun-hye e dal leader nordcoreano Kim Jong-un.
Ieri, durante un breve passaggio per Seul prima di ripartire questa mattina per Pechino, il segretario di Stato Usa John Kerry si era espresso in termini favorevoli all’incontro e aveva chiesto un accordo sulle ricongiunzioni, chiedendo però che non venissero contrattate con le manovre militari, che non sono una minaccia diretta al Nord. Aveva anche ricordato, però, come il suo paese non sia pronto a colloqui bilaterali diretti con il regime di Pyongyang. “Pazienza e perseveranza” erano state chieste ieri sera alle due parti anche dal segretario generale dell’Onu, il sudcoreano Ban Ki-moon, esortate a proseguire sulla via del dialogo, come confermato dal portavoce Martin Nesirky.
- (Burundi) TRA LE CRITICHE ELETTO VICE-PRESIDENTE, PROROGATA MISSIONE ONU.
Con 82 voti su 84 Prosper Bazombanza, esponente del principale partito di opposizione tutsi Uprona, è stato eletto dal parlamento nuovo primo vice-presidente del Burundi. Lo hanno riferito fonti di stampa locale, precisando che dopo il voto dei deputati l’elezione di Bazombanza è stata confermata dalla maggioranza assoluta dei 33 senatori. Stamattina nell’emiciclo di Kigobe Bazombanza ha prestato giuramento. Tuttavia il nuovo vice-presidente, già governatore della provincia di Mwaro (centro) dal 2002 al 2005, non gode dell’unanimità in seno al suo partito.
“Ad aver scelto Bazombanza non è stata la maggioranza dei membri dell’Uprona ma il Cndd-Fdd (partito al potere hutu del presidente Pierre Nkurunziza, maggioritario in parlamento, ndr). Bazombanza si è venduto. E’ stato un colpo di mano che rappresenta una violazione flagrante della Costituzione ma soprattutto getta benzina sul fuoco, mettendo in pericolo la pace nel paese” ha dichiarato Bonaventure Gasutwa, portavoce del partito della minoranza tutsi che minaccia ora di “organizzare la resistenza contro il potere, pronto a tutto per imporre le sue scelte”.
La presidenza burundese si è invece “complimentata” per l’elezione di ieri che “risolve una crisi istituzionale preoccupante” secondo il portavoce del capo dello Stato, Willy Nyamitwe. All’inizio della settimana, Nkurunziza aveva dato un ultimatum di sette giorni all’Uprona per presentare i suoi candidati alla carica cruciale, rimasta vacante dopo la destituzione di Bernard Busokoza da parte del potere. Gli accordi di pace di Arusha (Tanzania) firmati nel 2000 tra i contendenti di una lunga guerra civile terminata soltanto nel 2005 sono scaturiti in una nuova Costituzione, frutto di un compromesso politico, e nella ripartizione degli incarichi istituzionali tra hutu (85% della popolazione) e tutsi (il 14%).
Da mesi i due partiti sono ai ferri corti e a fine gennaio le crescenti tensioni sono sfociate in crisi aperta: con una decisione controversa il ministro degli Interni Edouard Nduwimana ha destituito il presidente dell’Uprona Charles Nditije. Il Cndd-Fdd ha cercato in tutti i modi di sostituirlo con Bonaventure Niyoyanka, personalità vicina alla formazione al potere, suscitando un’alzata di scudi nei ranghi dell’opposizione. La doppia destituzione ha spinto tre ministri dell’Uprona a ritirarsi dal governo in segno di protesta, aggravando ulteriormente la paralisi delle istituzioni. Dalla ultime informazioni la presidenza della formazione tutsi è stata affidata a Concilie Nibigira, vice di Niyoyanka tra il 2009 e il 2012, anche se il suo nome non gode di un consenso unanime.
Al centro del contenzioso politico e dei timori di opposizione e società civile c’è la recente riforma agraria, la revisione della Costituzione e la possibilità di un terzo mandato per Nkurunziza, in carica dal 2005, alle elezioni generali del prossimo anno.
Alla luce del deteriorarsi della situazione politica e dell’instabilità nel paese dei Grandi Laghi, ieri sera il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha prorogato fino al prossimo 31 dicembre il mandato della sua missione politica in Burundi (Bnub), in scadenza il 15 febbraio. I 15 Stati membri dell’organismo delle Nazioni Unite hanno inoltre acconsentito alla creazione di una missione di osservazione elettorale incaricata di monitorare organizzazione, svolgimento e scrutinio delle elezioni generali del 2015. Nel testo approvato dal Consiglio vengono evidenziati “i progressi importanti che hanno permesso al paese di superare le grandi sfide del dopoguerra” ma anche “dinamiche politiche negative che potrebbero ipotecare le conquiste” mentre il paese si prepara a un voto cruciale, “test per la sua stabilità a medio-lungo termine”.
Esperti Onu avvertono che la scena politica burundese è “polarizzata” tra il governo che “utilizza la sua maggioranza in parlamento per varare leggi che restringono lo spazio politico”e le “minacce” dell’opposizione nei confronti del governo. Minimizzando i problemi, per mesi il governo di Bujumbura si è fermamente opposto al rinnovo della missione Onu, premendo per un suo ritiro in tempi stretti.
- (Kenya) ACCUSE A USAID, BOTTA E RISPOSTA TRA WASHINGTON E NAIROBI.
Gli Stati Uniti hanno smentito l’accusa di finanziare gruppi di attivisti con l’intento di “rovesciare” il governo del Kenya. La precisazione, in un clima di graduale peggioramento delle relazioni tra i due paesi, è dell’ambasciatore americano a Nairobi Robert Godec, e fa riferimento alle accuse, mosse ieri dal capo di gabinetto Francis Kimemia, all’agenzia di sviluppo Usaid.
“Continuiamo a condividere informazioni e progetti con il governo del Kenya, come abbiamo sempre fatto da 50 anni a questa parte” ha aggiunto Godec.
In seguito a una protesta di piazza contro la corruzione e il malgoverno, dispersa dalla polizia davanti al Parlamento, Kimemia aveva puntato il dito contro agenzie come Usaid che “attraverso fondi ad associazioni e movimenti di attivisti finanziano il complotto per rovesciare l’esecutivo keniano”.
Kimemia ha aggiunto che i servizi di sicurezza interna hanno fornito “prove materiali del fatto che Usaid ha dato soldi a due attivisti che hanno organizzato la manifestazione”. Il ministero degli Affari esteri del Kenya ha convocato questa mattina due alti funzionari dell’agenzia per lo sviluppo.