(Messico/USA) Il Messico sceglie il basso profilo sulla riforma migratoria Usa (Alfonso Fasano, Meridiani, 12 febbraio 2013)

13.02.2013 16:11

Il presidente messicano, Enrique PeñaNieto, ha deciso di mantenere un basso profilo sul tema della riforma migratoria negli Stati Uniti. Il governo messicano si è limitato ad una dichiarazione in cui ha espresso interesse per la riforma, dal momento che riguarda ”milioni di individui che vivono in questo (Usa, ndr) e in altri paesi”, ma ha sottolineato che il tema è di competenza interna Usa.

Le parole di Nieto hanno sollevato polemiche e incomprensioni in Messico, specialmente tra le organizzazioni per la protezione dei diritti dei migranti e negli ambienti vicini alla chiesa. In un editoriale del settimanale cattolico Desde la Fe si legge che quel stupisce di più della notizia della riforma migratoria negli Usa è proprio la “reazione nulla” del governo e del presidente.

 

Un’eventuale riforma migratoria riguarderebbe il rapporto a due tra Messico e Stati Uniti. Degli 11,5 milioni di “residenti non autorizzati” negli Usa stimati nel 2011, circa il 60% proviene dal Messico. Il settimanale cattolico messicano si chiede provocatoriamente se “l’indifferenza del presidente verso i concittadini emigrati non derivi dal fatto che non possono votare” in Messico.

Ammettiamo che PeñaNieto abbia mostrato un’atteggiamento di indifferenza verso i concittadini emigrati illegalmente negli Usa dal momento che non votano per le presidenziali messicane (i messicani in regola negli Usa possono invece esercitare il diritto di voto). Per ipotesi è ragionevole pensare che se un governo messicano si spendesse per garantire la regolarità di chi è ora un “residente illegale” negli Usa, gli espatriati regolarizzati tenderebbero a votarlo. Senza considerare tutti i messicani residenti in Messico ma con parenti illegalmente residenti negli Usa: altri voti da guadagnare. Invece, se la riforma dovesse essere approvata senza un’azione di lobbying del governo messicano (come sembra probabile), il presidente e il suo esecutivo potrebbero non beneficiarne in termini di consenso elettorale. 

Proseguendo il ragionamento sul piano del consenso elettorale, PeñaNieto dovrebbe precipitarsi a Washington e cercare di far passare l’idea – almeno dal punto di vista mediatico – che anche il suo governo può dire la sua in tema di riforma migratoria. Allora perché l’atteggiamento disinteressato?

Forse PeñaNieto pensa ad un precedente che ha fatto scuola: , ex presidente messicano che aveva fatto della riforma migratoria uno dei temi principali della sua presidenza. Fox, forte della sua amicizia personale con George W. Bush, aveva cominciato nel 2001 una forte attività di lobbying sul presidente Usa perché si facesse promotore della riforma migratoria.

L’attivismo di Fox non fu ben accolto dai repubblicani più intransigenti. Durante un tour in Arizona dell’ex presidente messicano, un membro repubblicano del congresso dello Stato arrivò a dire che Fox sembrava rallegrarsi del fatto “che la sua gente benefici del welfare e dei lavori creati dal mercato americano”. Come ricorda in un articolo del quotidiano Reforma Gabriel Guerra Castellanos, ex diplomatico messicano, Fox diede l’idea di voler utilizzare l’emigrazione come una valvola di sfogo alla disoccupazione in Messico, sbagliando totalmente strategia comunicativa. Poi arrivò l’attentato alle torri gemelle e della riforma migratoria non se ne fece più nulla.

L’atteggiamento distaccato dell’amministrazione PeñaNieto sembra dettato dall’esperienza passata. In un momento storico in cui il congresso Usa sembra ben disposto nei confronti di una riforma migratoria, potrebbe essere un azzardo tentare di forzare la mano con un protagonismo eccessivo, che come successo già con Fox potrebbe far indietreggiare i repubblicani più intransigenti. C’è un altro fattore poi da considerare: la migrazione messicana verso il nord sembra essere in calo.

Per la prima volta in 40 anni il flusso migratorio dal Messico agli Usa ha invertito la rotta: secondo i dati del Pew research centre nel 2011 i messicani che hanno fatto ritorno in patria hanno superato quelli che sono emigrati negli Usa.