In giro per il mondo (agenzia Misna, 22 marzo 2013)

22.03.2013 15:23

(Centrafrica) SCONTRI A NORD-OVEST, RIBELLI A BOSSANGOA (13:14)

A poche ore dallo scadere dell’ultimatum al governo e dall’annunciata ripresa delle ostilità da parte della coalizione ribelle della Seleka, scontri sono segnalati a Bossangoa, importante centro abitato della prefettura dell’Ouham (nord-ovest). “Poco prima che le comunicazioni venissero interrotte, abbiamo avuto la conferma di scontri in corso tra ribelli e Forze armate centrafricane (Faca). Ora sembra che la Seleka sia riuscita a prendere il controllo della località” dice alla MISNA dalla capitale Bangui padre Cyriaque Gbate, segretario generale della Conferenza episcopale centrafricana.

L’esito dell’offensiva non è stato ancora confermato da fonti governative mentre il portavoce della Seleka, Eric Massi, ha annunciato che “ci sono stati pochi combattimenti, la conquista della città è avvenuta pochi minuti dopo che i soldati erano andati via. Ora stiamo cercando di ristabilire la sicurezza”. Ufficialmente si tratta del primo scontro diretto tra la ribellione e l’esercito dalla fine del cessate il fuoco, decretato mercoledì sera in un modo unilaterale dagli insorti che ieri sarebbero entrati a Bouka e Batangafo, due centri del nord del paese.

“Nella capitale c’è un clima di psicosi, la gente è stanca della guerra e chiede alle due parti di rispettare l’accordo firmato a Libreville, convinta che per risolvere il conflitto c’è una sola strada percorribile: quella del negoziato politico” prosegue padre Gbate, aggiungendo che “si ha l’impressione che la Seleka stia cercando pretesti per continuare a conquistare terreno dal nord-est fino a ovest, con il rischio concreto di far precipitare il paese nel caos totale”.

Il mediatore della Comunità economica dell’Africa centrale (Ceeac), il presidente congolese Denis Sassou Nguesso, è atteso domani a Bangui assieme al suo omologo ciadiano Idriss Deby Itno per nuove consultazioni alle quali dovrebbero partecipare anche i cinque ministri-ribelli del governo di unità nazionale, trattenuti dalla base del gruppo armato a Sibut da domenica scorsa. “Al di là dell’impegno importante della comunità regionale, il conflitto in Centrafrica deve essere preso in considerazione a livelli più alti, dalla comunità internazionale, prima che sia troppo tardi” prosegue il segretario delle Conferenza episcopale, deplorando “il silenzio di tanti paesi su quanto sta accadendo ai civili”, ma soprattutto il “coinvolgimento diretto di nazioni vicine che forniscono un sostegno materiale e logistico alla ribellione”.

L’offensiva della Seleka è cominciata il 10 dicembre 2012 per interrompersi, almeno sulla carta, dopo l’11 gennaio, data della firma dell’accordo di pace di Libreville. Media e osservatori hanno sempre evidenziato la grande facilità con la quale i ribelli conquistavano importanti località di vaste aree del paese, essendo ben armati ed equipaggiati. Fonti locali della MISNA hanno riferito che tra le fila della coalizione c’è una grande maggioranza di uomini ciadiani e sudanesi, mentre i beni saccheggiati nel corso dell’offensiva sono sistematicamente trasportati oltre confine.

“I nostri vicini devono anche loro dare prova di buona volontà politica per fermare la ribellione, che genererà instabilità nell’intera regione, ad esempio facendo controllare o chiudere i propri confini per impedire il transito di ribelli e armi verso il Centrafrica” insiste padre Gbate. Il segretario generale della Conferenza episcopale si dice anche preoccupato per la sicurezza delle chiese e delle missioni “finite nel mirino dei ribelli che distruggono edifici religiosi, case e altre strutture dove derubano tutto quello che trovano” nelle diocesi da loro conquistate; come a Bangassou, dove hanno portato via ben 18 veicoli.

L’ACQUA SIA DIRITTO DI TUTTI, ANCHE IN AFRICA (13:49)

Dalla Liberia al Sudafrica, dal Mozambico al Kenya, migliaia di africani hanno manifestato oggi nella Giornata mondiale dell’acqua per chiedere ai governi e agli organismi internazionali che il diritto dei popoli a questo tesoro della Terra sia garantito in tutto il mondo.

Le manifestazioni sono state organizzate da ong locali e straniere per ribadire la necessità di un impegno più deciso, anche in vista del raggiungimento degli Obiettivi del millennio fissati dall’Onu nel 2000. Il punto di partenza sono gli ultimi dati dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms). Nel mondo le persone colpite da malattie legate all’acqua sono tre milioni. Circa 783 milioni di abitanti, più o meno l’11% della popolazione mondiale, non hanno accesso a fonti d’acqua pulita. Addirittura due miliardi e mezzo di persone, poi, non hanno a disposizione gabinetti e servizi sanitari di base. Questa situazione, sottolinea l’Oms, produce conseguenze gravi sul piano sanitario. Ogni anno, calcola l’Organizzazione, sono due milioni e 200.000 i decessi causati dalla dissenteria e da altre malattie dovute a condizioni di igiene inadeguate e a scarsa disponibilità d’acqua.

L’Africa è uno dei continenti dove le difficoltà sono maggiori. Secondo un rapporto dell’ong inglese Water Aid, perché il diritto all’acqua di tutti  gli abitanti del continente sia garantito appieno sarebbero necessari investimenti supplementari per 33 miliardi di dollari l’anno.

Come evidenziato dal segretario generale dell’Onu in un messaggio diffuso in occasione della Giornata, oggi una persona su tre vive in paesi dove ci sono difficoltà di approvvigionamento. “Ed entro il 2030 – ha sottolineato Ban Ki-moon – potrebbe essere la metà della popolazione ad avere problemi di forniture, con una domanda che rischia di superare l’offerta del 40%”.

(Myanmar) SCONTRI IN REGIONE CENTRALE, IN VIGORE STATO DI EMERGENZA (14:31)

È entrato in vigore lo stato di emergenza nella regione di Meiktila, nel Myanmar centrale, da giorni teatro di scontri tra comunità che avrebbero causato una ventina di vittime e la distruzione di vari edifici, tra i quali alcune moschee: della misura, adottata dal presidente Thein Sein, ha dato notizia oggi la televisione di Stato.

In una nota ufficiale, letta in diretta tv, il presidente ha sottolineato che l’entrata in vigore dello stato di emergenza consentirà all’esercito di intervenire per riportare l’ordine dopo tre giorni di violenze.

Secondo diverse fonti di stampa, i disordini sono cominciati mercoledì dopo una disputa tra un commerciante e alcuni clienti. In seguito le violenze sembrano aver assunto un carattere intercomunitario, contrapponendo gruppi di buddisti a cittadini di religione musulmana. Tra gli edifici dati alle fiamme ci sarebbero state anche tre moschee.

Il Myanmar è un paese a maggioranza buddista, nel quale i musulmani costituiscono però ben il 14% della popolazione. La Costituzione garantisce libertà di culto, ma tensioni di carattere sociale ed etniche hanno storicamente alimentato conflitti tra comunità in diverse regioni del paese.

(Mali) UN ANNO DOPO IL GOLPE, INCERTEZZA POLITICA E INSICUREZZA (14:59)

E’ passato un anno dal colpo di stato militare che in poche ore, il 22 marzo 2012, ha portato alla destituzione del presidente Amadou Toumani Touré, trascinando il Mali, un paese considerato piuttosto stabile, fuori dall’ordine costituzionale e facendo precipitare la crisi armata del nord a favore dei gruppi ribelli. Da allora la sfera politica si è divisa tra partiti pro-golpisti e quelli anti-golpisti, con i primi che criticano la ‘road map’ approvata lo scorso gennaio dal governo di transizione di Diango Cissoko che prevede l’organizzazione di elezioni generali entro il 31 luglio per voltare definitivamente pagina sul golpe orchestrato dall’ancora influente capitano Amadou Haya Sanogo. Quest’ultimo è ora alla guida del comitato di riforma dell’esercito maliano, impegnato dall’11 gennaio accanto ai militari francesi nella piena riconquista delle regioni settentrionali rimaste per quasi un anno sotto il controllo dei ribelli islamici e tuareg.

Le forze vicine all’ex giunta militare, ma non solo, fanno notare che la scadenza di luglio è troppo vicina da un punto di vista tecnico: il registro dei votanti non è pronto, la sicurezza non è stata del tutto ristabilita mentre più di 430.000 persone sfollate e rifugiate rischiano di non poter andare alle urne quest’estate, stagione delle piogge che rischia di complicare ulteriormente le elezioni. Ad insistere sul rispetto del calendario prestabilito sono invece i partner del Mali, a cominciare dalla Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Cedeao/Ecowas) e dalle potenze occidentali, entrambe in prima fila nell’offensiva militare in corso. Incerta e divisa è la posizione dei maliani che dal golpe e dalla crisi armata del nord hanno ricevuto una pesante eredità fatta di sospetti tra le varie comunità e incertezza per il futuro. Le autorità di transizione hanno istituito una commissione dialogo e riconciliazione che finora non è entrata in attività. Inoltre tra la gente “domina un sentimento di sfiducia nella classe politica, molto divisa, vista come incapace di gestire il paese oltre che criticata per i numerosi casi di corruzione emersi negli ultimi tempi” dicono alla MISNA fonti della società civile maliana contattate a Bamako.

Ma oggi, più che sulla difficile e incerta transizione politica, gli occhi dei maliani sono ancora puntati verso nord, all’indomani del primo attentato che ha colpito la città di Timbuctù, patrimonio mondiale dell’umanità. Finora Timbuctù era stata risparmiata da questo tipo di attacchi che aveva invece già colpito Gao e Tessalit. L’attentato di ieri è stato rivendicato dagli islamisti del Movimento per l’unità e il jihad in Africa occidentale (Mujao), legati ad Al Qaida nel Maghreb islamico (Aqmi). “Abbiamo aperto un nuovo focolaio di conflitto a Timbuctù e continueremo così (…); i francesi sono i nostri nemici ma consideriamo tali anche coloro che lavorano con loro” ha minacciato Adnan Abou Al Walid Sahraoui, portavoce del Mujao. Nel tentativo di infiltrazione dei ribelli in città, le forze maliane e francesi hanno ucciso dieci jihadisti mentre un soldato di Bamako ha perso la vita nei combattimenti durati diverse ore. Le operazioni militari si stanno concentrando nei territori montuosi degli Ifoghas e di Timetrine (nord-est), principale roccaforte di Aqmi.

Intanto il dipartimento di Stato statunitense ha annunciato di aver iscritto nella lista dei gruppi terroristi stranieri Ansar Al Din (Difensori dell’Islam), il cui capo, il tuareg Iyad Ag Ghali, era già stato inserito nell’elenco lo scorso febbraio per i suoi legami comprovati con Aqmi. I due gruppi armati hanno occupato i principali centri del nord del Mali – Gao, Kidal e Timbuctù – dove hanno commesso violazioni dei diritti umani e distruzioni a nome della sharia (legge islamica).

(Colombia) PROCESSO DI PACE: ANCORA NIENTE INTESA SU PROBLEMA DELLA TERRA (15:02)

Contrariamente alle attese, il governo e le Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc) hanno concluso un nuovo ciclo di negoziati a Cuba, ma senza raggiungere alcun accordo sul primo punto dell’agenda del processo di pace, la questione della terra.

Fonti di stampa avevano sollevato aspettative per il raggiungimento di un’intesa su quella che è considerata la prima motivazione all’origine del conflitto interno. Le parti, ha detto il rappresentante del governo, Humberto de la Calle, torneranno a sedersi al tavolo delle trattative il 2 aprile “con la speranza di concludere in breve tempo la discussione su questo punto e passare al seguente”, ovvero quello della partecipazione della guerriglia e più in generale anche dell’opposizione alla vita politica.

“Non ci sono passi indietro, andremo sempre avanti; avanzando in modo lento, se occorre pensare, ma senza desistere” ha detto da parte sua il comandante ribelle Luciano Marín Arango, meglio conosciuto con il nome di battaglia di Iván Márquez.

Nonostante la strada resti in salita – secondo Márquez persistono divergenze su temi di peso, dalla concentrazione della proprietà terriera all’espansione delle monocolture – le parti hanno espresso ottimismo, concludendo la tornata di colloqui con un annuncio. Per aprile è stato infatti decisa la convocazione di un forum sociale sul secondo punto dell’agenda, che sarà preparato con la collaborazione dell’ufficio dell’Onu in Colombia e il ‘Centro de Pensamiento para la Paz’ dell’Università nazionale.