(In giro per il mondo) agenzia Misna, 20 febbraio 2013

20.02.2013 17:28

(Kenya) ELEZIONI, CODICE DI BUONA CONDOTTA CONTRO LA VIOLENZA.

Un appello per la pace e per un codice di ‘buona condotta’ che scongiuri il rischio di disordini e esplosioni di violenza in seguito al voto del prossimo 4 marzo: a proporlo sono organizzazioni della società civile, uomini d’affari e esponenti militari alla vigilia delle elezioni generali nel apese.

“Non apparteniamo a nessun gruppo di sostegno politico” assicura l’ex generale in pensione Daniel Opande, tra i firmatari del documento presentato agli otto candidati alla presidenza, perché si impegnino a bandire gli accenti populisti e strumentali dai loro discorsi e comizi in pubblico.

“Si tratta di sottoscrivere un codice etico di buona condotta, che preveda l’accettazione dei risultati per se stessi e per i propri sostenitori” ha spiegatoAbbas Gullet, direttore della Croce Rossa kenyana, ricordando agli aspiranti in corsa per il parlamento e le regioni che “esistono organismi preposti a cui affidare eventuali contestazioni al responso delle urne”.

I firmatari del documento e gli organismi religiosi del Kenya hanno convocato per il 28 febbraio un incontro a Nairobi per presentare il codice es esprimere appelli alla pace e alla tolleranza.

Il prossimo 4 marzo circa 14 milioni di kenyani saranno chaiamati al voto nel primo appuntamento con le urne dopo il voto del dicembre 2007, all’origine di scontri e violenze durante oltre due mesi e conclusesi con un bilancio di oltre 1300 vittime e centinaia di migliaia di sfollati.

(Zimbabwe) UNA DONNA PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE ELETTORALE.

Un giudice della Corte suprema dello Zimbabwe almeno in passato vicino al presidente Robert Mugabe assumerà la guida della commissione incaricata di organizzare quest’anno un referendum su un progetto di Costituzione e le prime elezioni legislative e presidenziali dopo il voto contestato del 2008.

Secondo i principali quotidiani di Harare, dall’Herald al News Day, alla designazione di Rita Makarau hanno acconsentito tutti e tre i partiti rappresentati nel governo di unità nazionale entrato in carica dopo la crisi elettorale e le violenze di cinque anni fa.

Prima di intraprendere la carriera di magistrato, negli anni ’90, Makarau era stata nominata deputato da Mugabe. Secondo il portale di informazione Zimbabwe Mail, gli ex oppositori del Movimento per il cambiamento democratico guidati dal primo ministro Morgan Tsvangirai e dal suo vice Arthur Mutambara avrebbero acconsentito alla scelta anche perché incapaci di imporre un proprio nome. La Costituzione in vigore riserva in effetti la nomina al capo dello Stato. Makarau prenderà il posto del giudice Simpson Mutambanengwe, dimissionario a dicembre per motivi di salute.

(Colombia) DONNE VITTIME DEL CONFLITTO PERDONO LA LORO GUIDA.

Le 600 donne vittime di violenza residenti a Cartago, Ansermanuevo, Alcalá, El Cairo, Tuluá e San José del Palmar sono in lutto per la morte della loro leader, Ana Angélica Bello Agudelo, 45 anni, direttrice nazionale di Fundhefem (Fundación Nacional Defensora de los Derechos Humanos de la Mujer), organizzazione per la difesa dei diritti umani e delle donne nel contesto dell’annoso conflitto armato che si protrae ormai da mezzo secolo nel disinteresse della comunità internazionale.

Ana Angélica è stata trovata morta domenica nella sua abitazione nel comune di Codazzi, nel distretto di César. Secondo fonti della stampa locale, si sarebbe uccisa, come ha riferito anche il presidente Juan Manuel Santos informando il paese. “Sotto pressione per il suo dolore o per le minacce, non so perché, non ce l’ha fatta. E tutto sembra indicare che si è tolta la vita” ha detto il capo dello Stato con cui l’avvocato e attivista per i diritti umani collaborava a un programma governativo di sostegno psicologico alle vittime del conflitto armato.

La famiglia ha tuttavia escluso l’ipotesi del suicidio, mentre il difensore civico, Jorge Armando Otálora Gómez, ha chiesto alla magistratura di chiarire il prima possibile le cause della morte. Il Sistema delle Nazioni Unite in Colombia ha espresso solidarietà e sostegno alla famiglia” evidenziando che Angélica Bello “beneficiava di misure cautelari e di uno schema di sicurezza messo a disposizione dal governo perché aveva denunciato minacce e azioni intimidatorie di cui era vittima in modo sistematico”. Per l’Onu, “le difficili circostanze in cui è morta devono spingere a una riflessione nazionale sugli effetti del conflitto armato nella vita quotidiana delle donne”.

Fonti di stampa ricordano che dal 2006 Ana Angélica si batteva per la restituzione delle terre alle donne scampate alla violenza dei gruppi armati rifugiatesi nella regione nord del distretto centro-occidentale di Valle del Cauca. Un impegno esteso progressivamente anche ai turbolenti dipartimenti di Meta, Cauca, Nariño, Chocó, Risaralda, Tolima, Quindío, Caldas e Cundinamarca, dove l’attivista ha individuato e aiutato le donne a rompere il silenzio e a denunciare le aggressioni subite per cercare giustizia.

Sosteneva tra l’altro il progetto di legge contro la violenza sessuale nell’ambito del conflitto armato al vaglio del Congresso che ora “vorrà essere un omaggio alla sua memoria” hanno dichiarato di Iván Cepeda e Angela Robledo, membri della Commissione della pace del parlamento. In una nota, i due parlamentari hanno ricordato che Ana Angélica era oggetto di minacce di morte da parte delle temute Águilas Negras, gruppo neo paramilitare dedito al narcotraffico. Anche lei era una vittima della violenza dei gruppi paramilitari; di recente era stata eletta nel Comitato esecutivo transitorio del Tavolo nazionale delle Vittime.

La rivista Semana ha descritto Angélica Bello così: “Una figlia della violenza degli anni ‘50. Da giovane aveva vissuto sulla propria carne il conflitto interno come dirigente della Unión Patriótica (partito di sinistra nato nel 1985 e letteralmente sterminato dalle forze di sicurezza e dai paramilitari, ndr). Lei e sua figlia furono solo alcune delle tante donne vittime di abusi sessuali. Nonostante le minacce fu la prima donna a raccontare pubblicamente la sua storia e diede un volto a questo crimine che continua ad essere commesso nell’impunità della giustizia e nella paura di confessarlo. Aveva denunciato il suo caso alla procura ma non c’erano stati progressi mentre le minacce nei suoi confronti aumentavano”.

(Mali) J’ACCUSE DEI CITTADINI TUAREG ALL’MNLA, SCONTRI AL NORD.

“Noi tuareg maliani, anziani e giovani, nomadi e sedentari, rifugiati e sfollati ci esprimiamo in modo legale, pacifico e democratico per distinguerci chiaramente, pubblicamente e ufficialmente dal Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad (Mnla) che agisce e avanza ingiustamente rivendicazioni senza alcun mandato a nome di tutti i tuareg del Mali”: comincia così la lettera aperta dei membri dell’etnia tuareg – circa il 10% della popolazione maliana – inviata alle autorità di Bamako, alle organizzazioni regionali, continentali ed internazionali. Nella missiva, pubblicata sul quotidiano locale ‘Journal du Mali’, la comunità respinge con forza i “metodi violenti, anti-democratici e illegali” ai quali l’Mnla ha fatto ricorso “senza aver mai consultato i nostri capi tradizionali, i nostri responsabili politici e religiosi”, agendo “in contrasto a tutti i valori morali e ancestrali della società tuareg”. Inoltre i firmatari denunciano i “crimini e gli atti di vandalismo odiosi” commessi negli ultimi mesi così come “le relazioni ambigue e malsane strette con ambienti estremisti e terroristi di cui non abbiamo alcun bisogno per sentirci rappresentati”. Sulle rivendicazioni e il progetto politico dell’Mnla, i cittadini tuareg sottolineano che il “gruppo in questione non ha mai disposto di un nostro mandato legittimo” visto che “noi stessi non riconosciamo lo Stato di cui hanno proclamato l’indipendenza e che non ha nessuna possibilità di venire riconosciuto al livello internazionale”.

Guardando alla situazione attuale, mentre procede l’offensiva militare Serval in un contesto ancora instabile, i tuareg costretti alla fuga nei paesi confinanti si dicono “pronti a rientrare in patria appena la nostra sicurezza sarà garantita”. Precisando di essere un “popolo pacifico”, i tuareg aggiungono che la loro “unica aspirazione è la pace, la coesione nazionale, il rispetto delle religioni, delle libertà” ma anche “lo sviluppo economico e sociale per tutte le etnie del Nord che da millenni convivevano in modo pacifico e fraterno”. Ribadendo il proprio attaccamento allo Stato maliano “di cui siamo parte integrante”, i tuareg chiedono alle forze politiche e al governo di Bamako di “agire nell’interesse superiore della nazione, mettendo da parte ogni rivalità per costruire un Mali plurale, unito e solidale (…) che garantisca alla nostra comunità le stesse chance di accesso al potere e allo sviluppo”. Rivolgendosi all’esercito nazionale, la lettera sottolinea che “è suo dovere assicurare la vite e proteggere i beni di tutti allo stesso modo, al Sud come al Nord” ma anche di “impedire ogni atto di violenza nei confronti di civili innocenti”. Dalle autorità giudiziarie i tuareg si aspettano “la piena verità sugli atti di vandalismo e violenza commessi contro le popolazioni maliane per aprire la strada a una vera riconciliazione e al perdono”.

La lettera dei cittadini maliani di etnia tuareg è stata pubblicata mentre buona parte del vasto territorio desertico settentrionale è stata riconquistata ai gruppi armati islamisti e tuareg che lo avevano occupato per diversi mesi. Dopo settimane di intensi combattimenti che hanno consentito ai soldati maliani, francesi e africani di riprendere il controllo di Gao, Kidal e Timbuctù, l’offensiva Serval è entrata in una nuova fase, quella tesa al pieno ristabilimento della sicurezza in una zona estesa e ostile. Ieri un militare di Parigi è rimasto ucciso in scontri con elementi terroristi nel monte Adrar, a una cinquantina di chilometri a sud di Tessalit. Poco dopo la morte del sergente 33enne, il paracadutista Harold Vormezeele, il ministro della Difesa francese Jean-Yves Le Drian ha ribadito “la nostra totale determinazione a combattere i gruppi terroristici che minacciano l’integrità del Mali, pertanto le nostre operazioni andranno avanti”. Per Le Drian, “la fase finale della liberazione è quella più difficile” ed è destinata a durare per “un certo periodo di tempo”, fin quando le truppe africane della Missione internazionale di sostegno al Mali (Misma) non saranno completamente dispiegate e pronte.

In visita a Parigi, il primo ministro ad interim del Mali Diango Cissoko ha assicurato che “verrà fatta piena luce sulle eventuali violazioni commesse dall’esercito nazionale e quando saranno comprovate verranno sanzionate”. Sui crimini contro le popolazioni e le città del nord – in particolare a Timbuctù e Aguelhok – sta già indagando la Corte penale internazionale (Cpi). Dopo la firma la scorsa settimana di un accordo di cooperazione giudiziaria con le autorità maliane, la Corte basata all’Aia ha annunciato che potrebbe investigare anche sugli eventi intercorsi durante e dopo il colpo di stato militare del 22 marzo 2012. La Cpi si interessa in particolare agli scontri dello scorso 30 aprile tra i berretti rossi fedeli all’ex presidente Amadou Toumani Touré e i berretti verdi del capo della giunta Amadou Haya Sanogo, ma anche a diversi casi di arresti arbitrari e torture nei campi militari.

BREVI DALL’AFRICA.

CENTRAFRICA – Valutare le ripercussioni politiche, sociali ed economiche, anche in termini di sicurezza, della recente crisi tra la ribellione del Seleka e il governo di Bangui: sarà questo il compito di una missione dell’Onu che sarà inviata in Centrafrica. Nonostante la firma di un accordo di pace e la formazione di un governo di unità nazionale la situazione rimane molto instabile: elementi armati “incontrollati” continuano ad attaccare villaggi nel nord. Negli ultimi giorni è aumentato il flusso di rifugiati centrafricani, stimati in più di 15.000, nel confinante Congo.

MAURITANIA – Durerà tre settimane l’esercitazione militare internazionale ‘Flintock 2013’ che si svolge nell’est del territorio mauritano. Ad organizzarla è lo stato-maggiore delle operazioni speciali di Africom, il commando statunitense in Africa. Alle manovre militari partecipano unità e istruttori provenienti da 20 paesi dell’Africa occidentale con l’obiettivo è il rafforzamento delle capacità operative delle forze armate nella lotta al terrorismo, al narcotraffico e al banditismo.

GUINEA – Lo sciopero generale noto come “ville morte”, indetto ieri dall’opposizione, è stato segnato da scontri tra manifestanti e polizia, intervenuta con gas lacrimogeni. I maggiori momenti di tensione si sono registrati a Bambeto e Cosa, quartieri alle porte di Conakry, la capitale, feudi dell’opposizione scesa in strada per denunciare un processo elettorale “parziale” e “poco trasparente”. Elezioni legislative, rinviate più volte dal 2011, sono programmate per il 12 maggio.

R.D. CONGO – Per la celerità, l’efficacia, il numero di combattenti e la qualità degli equipaggiamenti militari, la ribellione del Movimento del 23 marzo (M23) ha “beneficiato di un sostegno esterno diretto e indiretto” che gli ha consentito di prendere il controllo di Goma, capoluogo del Nord Kivu, lo scorso novembre. Sono queste le conclusioni contenute in un rapporto del segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, pubblicato ieri e stilato sulla base delle osservazioni della locale missione di peacekeeper (Monusco). Il rapporto non identifica con precisione la natura dei sostegni, ma precedenti inchieste avevano puntato il dito contro Rwanda e Uganda. Il documento è stato diffuso a pochi giorni dall’attesa firma a Addis Abeba di un accordo di pace delle regione dei Grandi Laghi, sotto gli auspici delle Nazioni Unite, per porre fine a due decenni di conflitto nell’est del Congo.

GUINEA BISSAU – Manto stradale nuovo per Bissau, dove più di 43 chilometri di strade in 47 quartieri della capitale verranno ristrutturate: l’immenso cantiere cittadino sarà realizzato grazie a un finanziamento di circa 82 milioni di dollari concesso dalla Banca di sviluppo dell’Africa occidentale. Nell’ex colonia portoghese è in corso un difficile processo di transizione successivo all’ultimo golpe militare risalente al 12 aprile dello scorso anno.

SUD SUDAN – L’aeroporto internazionale di Juba, capitale del Sud Sudan, verrà servito dalla compagnia low cost degli Emirati Arabi Uniti ‘Fly Dubai’ con quattro voli settimanali. La direzione della compagnia ha spiegato la scelta di Juba con la volontà di “rafforzare la rete di collegamento con l’Africa, in particolare verso mercati non ancora esplorati, per fornire nuovi servizi”, come riferito dal quotidiano ‘Sudan Tribune’.

IL “CROWD-FUNDING” SBARCA IN AFRICA.

Si chiama Slicebiz la start-up ghanese vincitrice del concorso ‘Apps4Africa’. Il progetto mira a sviluppare un servizio di ‘crowd-funding’ via sms, per il finanziamento dal basso per la realizzazione collettiva di un progetto.

Ideato da un ex impiegato di banca ghanese, l’applicazione consente di investire denaro attraverso degli sms, per finanziare progetti che non riescono ad ottenere sovvenzioni bancarie o di altre istituzioni finanziarie.

I potenziali investitori possono stanziare somme che vanno dai 250 ai 100.000 dollari – le cifre più consistenti necessitano di bonifici bancari – per finanziare delle imprese o dei progetti.

A portare alla notorietà il crowd-funding è stato il presidente americano Barack Obama che ha pagato parte della sua campagna elettorale per la presidenza degli Stati Uniti con i soldi donati dai suoi elettori, i quali erano i primi portatori di interesse. Le iniziative di crowd-funding si possono distinguere in iniziative autonome, sviluppate ad hoc per sostenere cause o progetti singoli, e piattaforme di crowd-funding, che facilitano l’incontro tra la domanda di finanziamenti da parte di chi promuove dei progetti e l’offerta di denaro da parte degli utenti.

Apps4Africa è un concorso annuale finanziato dalla Banca mondiale e dal dipartimento di Stato americano che assegna un premio di 10.00 dollari ai progetti più promettenti.

(Malawi) SCIOPERANO GLI STATALI, SCUOLE E OSPEDALI IN DIFFICOLTÀ.

Molte scuole hanno dovuto sospendere le lezioni e diversi ospedali sono costretti a lavorare in condizioni di emergenza a causa di uno sciopero dei dipendenti pubblici in corso dalla settimana scorsa: lo dicono alla MISNA missionari che vivono in Malawi, secondo i quali l’agitazione è il riflesso di difficoltà economico-sociali crescenti.

L’obiettivo dello sciopero è ottenere un aumento di stipendio del 67% per tutti i dipendenti pubblici. Una richiesta motivata con l’inflazione innescata da una svalutazione del 48% della moneta nazionale decisa lo scorso anno dalla presidente Joyce Banda su pressione del Fondo monetario internazionale, degli Stati Uniti, dell’Inghilterra e di altri paesi europei che finanziano il bilancio di Lilongwe.

Secondo il ministro delle Finanze del Malawi, Ken Lipenga, il governo non è in grado di accogliere le richieste degli scioperanti senza rischiare la bancarotta. Stando ai calcoli dell’esecutivo, oggi lo Stato spende per gli stipendi 97 miliardi di kwacha, circa 277 milioni di dollari; qualora fossero concessi gli aumenti, il costo del mantenimento della macchina pubblica schizzerebbe a 276 miliardi di kwacha, “più o meno il valore dell’intero bilancio nazionale”.

Allo sciopero hanno aderito anche i funzionari dell’ente dell’aviazione civile. Secondo i loro rappresentanti, da oggi potrebbe essere interrotto il servizio dell’aeroporto di Lilongwe, l’unico scalo internazionale del Malawi.

BREVI DALL’ASIA.

FILIPPINE – Il Fronte di liberazione islamico Moro (Milf), il principale gruppo ribelle del paese, ha fissato le condizioni per l’avvio delle prospezioni per le risorse naturali a Bangsamoro, nell’arcipelago meridionale di Mindanao. In particolare, il gruppo chiede che l’eventuale scoperta di giacimenti e il progressivo sfruttamento non abbia impatti negativi sull’ambiente e che le ricadute economiche siano vantaggiose per le popolazioni locali.

INDIA – Circa 100 milioni di lavoratori, secondo i sindacati, incroceranno le braccia domani in tutto il paese in occasione di uno sciopero nazionale contro le politiche economiche del governo in materia di inflazione, privatizzazioni e disoccupazione. L’agitazione di due giorni, a partire dalla mezzanotte, è proclamata dalle principali sigle sindacali dopo il fallimento di negoziati con il governo che cercava di convincere i rappresentanti dei lavoratori a sospendere la protesta.

CINA – Le autorità cinesi hanno arrestato sei monaci di un monastero in Tibet dopo una serie di proteste a favore dell’indipendenza e del ritorno del Dalai Lama. Lo riferisce il sito di Radio Free Asia, secondo cui le proteste dei monaci del monastero di Drakdeb nella contea di Markham, nella regione autonoma del Tibet, sarebbero scaturite a seguito della decisione del governo di Pechino di effettuare una sorta di rieducazione politica nel monastero.

PAKISTAN – Sono cominciati i funerali delle vittime sciite del bombardamento avvenuto sabato nella città di Quetta. I familiari dei circa 90 morti – deceduti in seguito all’attacco rivendicato dal gruppo Lashkar-e-Jhangvi – si erano rifiutati di sotterrare i corpi per tre giorni in segno di protesta per l’inattività del governo, accusato di non garantire la sicurezza della comunità sciita dagli attacchi di gruppi estremisti.

(Zambia) CONFISCATA LA MINIERA DEI CINESI.

Standard di sicurezza inadeguati, violazione delle norme ambientali, tasse non pagate: con queste motivazioni, e con una decisione senza precedenti, il governo dello Zambia ha annunciato la revoca di tre concessioni accordate a una società mineraria cinese.

“Il governo – ha spiegato il ministro Yamfa Mukanga – amministrerà le miniere finché non sarà trovato un investitore adeguato”.

La Collum Coal Mining Industries, questo il nome della società, dovrà rinunciare allo sfruttamento di tre miniere di carbone situate nel sud del paese a circa 320 chilometri di distanza da Lusaka. Nell’agosto scorso un dipendente della Collum Coal Mining Industries era stato incriminato per aver ucciso un dirigente cinese durante una protesta dei lavoratori che chiedevano salari meno bassi e più sicurezza nelle gallerie. In relazione agli episodi di quei giorni erano stati arrestati anche altri 11 minatori, accusati di “sedizione” e “furto”.

Secondo stime diffuse da agenzie di stampa specializzate, le società cinesi hanno investito in Zambia più di un miliardo di dollari. Pechino ha un ruolo preminente nell’estrazione dei minerali e in particolare del rame, il tesoro di Lusaka. La promessa di lottare per i diritti del lavoro, anche contro gli abusi delle società cinesi, ha contribuito nel 2011 all’elezione alla presidenza dell’allora candidato di opposizione Michael Sata.

(Costa D'Avorio) GBAGBO ALLA CPI SOLO UN PRIMO PASSO PER LA GIUSTIZIA.

“Gli ivoriani sono poco espansivi sull’attualità giudiziaria che riguarda l’ex presidente. Ognuno vive la sua vicenda in modo diverso, in base al proprio credo politico: per le strade si vedono persone affrante e altre soddisfatte per l’udienza apertasi all’Aia. Ma per tutti il caso Gbagbo si ricollega a un passato molto recente e doloroso, diventando un argomento davvero sensibile, per non dire tabù”: sono queste le parole rilasciate alla MISNA dal presidente della Lega ivoriana dei diritti umani (Lidho), René Hakou Legre, contattato ad Abidjan nel giorno della seconda udienza di conferma dei capi d’accusa della Corte penale internazionale (Cpi) a carico di Laurent Gbagbo, detenuto all’Aia dal novembre 2011.

“Come organizzazione di difesa dei diritti umani seguiremo con attenzione il procedimento aperto a suo carico, sperando in una giustizia internazionale equa e imparziale, ma – avverte l’interlocutore della MISNA – a nome della lotta all’impunità e per una riconciliazione vera il processo a Gbagbo dovrebbe segnare solo l’inizio del cammino di giustizia per le migliaia di vittime della crisi di due anni fa”. Il braccio di ferro elettorale tra Gbagbo e il suo rivale, l’attuale capo di Stato Alassane Dramane Ouattara, si è concluso con un bilancio di almeno 3000 morti e decine di migliaia di sfollati; le violenze hanno spaccato nuovamente il paese in due dopo una precedente crisi politico-militare durata dal 2002 al 2007.

Ieri, poco prima dell’apertura dell’udienza, circa 400 persone hanno manifestato davanti alla corte dell’Aia per chiedere la “liberazione di Gbgabo” mentre i suoi legali hanno cercato invano di ottenere un terzo rinvio. Il procuratore generale, la gambiana Fatou Bensouda, ha detto: “Non siamo qui per dire chi ha vinto l’elezione del 2010 ma perché sono state commesse violenze su vasta scala. Quel voto doveva essere un appuntamento storico, le prime presidenziali in 10 anni, ma in tre giorni il paese è precipitato in una situazione di divisione e odio”. L’accusa della Cpi ritiene l’ex presidente ivoriano “co-autore indiretto di crimini contro l’umanità”, tra cui attacchi sistematici, uccisioni e stupri ai danni di civili vicini alla controparte, commessi sulla base di criteri etnici, religiosi o di nazionalità. Fino al 28 febbraio la corte esaminerà migliaia di testimonianze e documenti raccolti durante le inchieste e i giudici dovranno decidere se ci sono sufficienti elementi di prova a carico di Gbagbo per rinviarlo a processo. Anche la moglie, Simone, è oggetto di un mandato di cattura spiccato ufficialmente lo scorso novembre dalla Cpi, ma finora le autorità ivoriane non hanno dato il via libera a una sua estradizione. Agli arresti domiciliari a Odienné (nord-ovest), Simone Gbagbo è già sotto processo in Costa d’Avorio per crimini economici e penali; questo procedimento deve essere portato a termine prima di una sua eventuale estradizione.

Per le organizzazioni di difesa dei diritti umani ivoriane ed internazionali, la detenzione di Gbagbo e il procedimento in corso segnano una “tappa cruciale per le vittime, ma la lentezza nelle inchieste che riguardano i sostenitori di Ouattara alimentano il sentimento che è in atto soltanto una giustizia dei vincitori”. Diversi rapporti di esperti locali e stranieri hanno invece documentato che in Costa d’Avorio entrambe le parti in lotta hanno commesso crimini con un fine politico: quello di arrivare o di mantenersi alla guida dello Stato. “Purtroppo – sottolinea Hokou Legre - ci sono stati carnefici e vittime delle due correnti politiche. Sarebbe peccato fermarsi al caso Gbagbo e alle personalità a lui legate quando sappiamo che i responsabili sono da ricercare anche altrove. Fin quando non verrà messa in moto una giustizia imparziale sarà difficile, per non dire impossibile, riportare la pace, la riconciliazione e la coesione nazionale”.

Se l’ex colonia francese dell’Africa occidentale – primo produttore mondiale di cacao – sta vivendo una fase di netta ripresa economica, con un tasso di crescita dell’8,5% nel 2012, il processo di riconciliazione è in pieno stallo e la situazione rimane incerta dal punto di vista della sicurezza. Il dialogo politico tra maggioranza e opposizione stenta a decollare e le prossime elezioni regionali e locali, in programma il 21 aprile, rischiano di essere boicottate dal Fronte popolare ivoriano (Fpi), il partito di Gbagbo.

BREVI DAL MONDO ARABO.

LIBANO – Il giudice istruttore militare ha richiesto la pena di morte contro l’ex ministro filo-siriano Michel Samaha e il capo dell’intelligence Ali Mamlouk, accusati di aver ordito attentati contro personalità pubbliche libanesi. Samaha, arrestato lo scorso agosto, è accusato di aver contrabbandato a bordo della sua auto e con il beneplacito di Mamlouk esplosivi provenienti dalla Siria, con l’obiettivo di compiere attentati.

EGITTO – Circa 10.000 egiziani sono scesi in piazza a Port Said, per il terzo giorno consecutivo, per reclamare giustizia dopo la morte di una quarantina di persone il mese scorso durante disordini in questa città costiera. Le violenze di fine gennaio erano scoppiate dopo la condanna a morte di 21 persone tra cui numerosi tifosi della squadra locale al Masri, implicati nella calca che a febbraio 2012 aveva causato 74 vittime allo stadio cittadino.

ARABIA SAUDITA – Hanno prestato giuramento davanti al sovrano, re Abdallah, le 30 donne nominate al Consiglio consultivo della Shura, entrando ufficialmente in carica come parlamentari. Una svolta nel regno ultraconservatore, seguita all’approvazione di una legge secondo cui il 20% dei seggi d’ora in poi dovrà essere riservato alle donne. Il Consiglio interpreta le leggi approvate, ma non ha poteri legislativi.

EMIRATI ARABI UNITI – È in corso fino a domenica ad Abu Dhabi, Idex, il più grande salone per gli strumenti di difesa e armamenti al mondo. Soltanto l’esercito degli Emirati ha annunciato la firma di 17 contratti con aziende americane, turche e russe. Segno del cambiamento dei tempi, i paesi emergenti non sono più solo acquirenti ma produttori: su 1100 aziende presenti il 10% ha sede proprio nella Penisola arabica.