Il profondo del dialogo (Marco Emanuele, 17 febbraio 2013)

17.02.2013 10:52

Intendo il dialogo come un dato profondamente strategico per la convivenza. L'avverbio "profondamente" riguarda l'attenzione necessaria alla verità della realtà, quel tutto integrato, armonico, che ci com-prende, del quale ciascuno di noi è "parte aperta". L'aggettivo "strategico" chiama tutti ad un cambio di passo, a guardare dentro le realtà e la realtà globale per guardare oltre, per ri-creare le realtà e la realtà compiendo progressivamente nella storia l'essere persone umane, soggetti di complessità.

E' il "guardare dentro per guardare oltre" che mi porta ad una ulteriore considerazione; la ri-creazione della realtà, dato naturale della persona umana, avviene lungo due linee fra di loro sempre interrelate:

a) la mediazione dei rapporti di forza e degli interessi particolari che fanno parte della realtà globale, a partire da ciascuno di noi e da ogni esperienza umana. Qui sta il "guardare dentro", l'essere consapevoli che le differenze non sono eludibili, che la complessità della realtà si compone prima di tutto del e nel "ciò che siamo". Qui, posso dire, lavoriamo sull'immanenza, sul dato umano (personale e collettivo) che conosciamo e che riconosciamo;

b) la liberazione del progetto umano, sempre a partire da ciascuno di noi e da ogni esperienza umana. Il complesso del progetto umano (e in esso la convivenza), a partire dalle differenze che ci caratterizzano (e dalle tensioni/aspirazioni ad "essere fino in fondo noi stessi"), si costruisce "guardando oltre", lavorando sulla trascendenza, sul "ciò che saremo", sulla possibile evoluzione di noi e dell'esperienza umana in una realtà globale che si ri-crea, ri-creandoci.

Ecco che nel "dialogo dialogale" si com-penetrano le due dimensioni dell'immanenza e della trascendenza (da intendere nel senso del "pienamente umano") e la persona-soggetto ha la responsabilità di rendere storica l'integrazione naturale fra l'essere e il dover essere, oggi innaturalmente separati e considerato il dover essere quasi una meta da raggiungere e non un dato che ci com-penetra e ci caratterizza in ogni istante tempiterno e in ogni spazio globale, a partire dal "ciò che siamo".